Pericoli e speranze nella città costruita a strati

Rione Terra, lavori infiniti nel cuore della terra del fuoco

Pozzuoli, la rocca può diventare una cattedrale nel deserto. A dirlo è l’ingegnere dei lavori. Finora spesi 136 milioni: battuta d’arresto per l’ultima tranche dell’opera

di Andreana Illiano | Foto di Claudio Morelli |

È il simbolo della terra che trema all’infinito, perché nei Campi Flegrei, a nord di Napoli, non c’è un terremoto, ma un lungo sussultare del magma, ed è una rocca di tufo il segno visibile di un territorio che cambia urbanisticamente col tempo. Sarebbe stato il quartiere antico della città, il centro storico tirato a lucido, come a Matera, a Bari e nei borghi della Toscana, se non fosse che 48 anni fa è stato sfollato, che col bradisismo è stato espropriato e che, in teoria, dovrebbe divenire il luogo ricettivo per eccellenza di una vasta zona vulcanica. Lo chiamano Rione Terra: è un’acropoli a picco sul mare, una roccia tufacea con sopra un nugolo di case fantasma, un duomo che nasconde i resti del tempio di Augusto, le domus di epoca cristiana e i resti dell’antica urbs romana. Una città nella città, dove ogni epoca ha lasciato stratificazioni. Nella terra del supervulcano è la speranza del futuro e il segno degli effetti devastanti del passato, quello degli sprechi, dei business.

«Il rischio? È che diventi una cattedrale nel deserto». A dirlo è Giovanni Giannini, ingegnere del consorzio di imprese del Rione Terra che nel maggio del 2001 è riuscito a riaprire il cantiere dopo anni di abbandono, grazie a finanziamenti speciali per Pozzuoli, a fondi europei e strutturali: la rocca antica è patrimonio d’Italia e appartiene a tutti. In teoria, dopo il bradisismo degli anni Ottanta, è stato considerato il cuore antico da rilanciare: da un lato si sarebbe dovuto abbattere case pericolanti, dall’altro costruire una città nuova e sicura, ed ecco Monterusciello, il quartiere colonia tirato su per gli sfollati del bradisismo. Contemporaneamente, trenta anni fa si era deciso di riqualificare quel miracolo di architettura da dove si vedono Nisida e Baia. Sulla rocca di tufo, oltre il percorso archeologico (la parte più antica è di età greco-arcaica), ci sono edifici che risalgono alla prima cristianità, un Duomo ricostruito dall’architetto Marco Dezzi Bardeschi, un sottosuolo che si dipana in viuzze e mercati d’età romana. Su tutto c’è l’idea di un restauro che include un segmento commerciale e ricettivo, con alberghi diffusi e residence, in tutto 85 stanze, non di più, poche e preziose, con soffitti alti, vedute mozzafiato, affreschi su volte a vela.

Un tesoro immane, in realtà un cantiere infinito, aperto al pubblico dal 2012 per le visite nella zona archeologica. Manca ancora un pezzo al restauro completo, annunciato ad ogni campagna elettorale, promesso da ogni partito e colore politico. Eppure sono stati spesi ad oggi 136 milioni, e altri 70 restano da investire per terminare l’ultimo contratto che il consorzio di imprese ha firmato con il Comune di Pozzuoli, ente proprietario. Bisognerà completare la parte ovest del borgo, quella che dal tempio-Duomo porta alla darsena dei pescatori, mentre ormai si sta terminando il collaudo di ciò che è già finito. Ma non c’è ancora nulla sulla gestione, se non un’idea, un annuncio, qualche titolo di stampa. Perché se da un lato un cantiere chiude e un altro riapre e i lavori continuano a macinare soldi, i costi a lievitare, la burocrazia a ingolfare un meccanismo contorto, dall’altro per rilanciare l’economia bisognerà decidere chi sarà l’ente gestore che potrà far rinascere la rocca.

Lo deciderà un concorso internazionale chi si occuperà di alberghi e residence, chi renderà produttivo il segmento artigianale e commerciale, ma la gara è tutta da fare, ci vorrà un anno, forse di più. Eppure in 48 anni, da quando ha smesso di essere solo il centro antico di una qualunque città d’Italia per diventare il simbolo di una terra sismica, il Rione Terra è anche sinonimo di promesse mancate. I lavori sono slittati per decenni perché sono stati trovati resti archeologici ovunque, ma anche per la burocrazia lenta, per le indecisioni politiche, per gli interessi imprenditoriali, per le diatribe interne. «Ora bisogna capire chi sarà il gestore» dice Giannini, «far presto, evitare, come è successo in passato, che mentre si restaura una parte poi la si abbandona all’incuria fino a quando non sarà da rifare. È necessario che i lavori eseguiti e da terminare si confrontino col mercato, perché altrimenti si rischia di far diventare il borgo una cattedrale nel deserto». Tutto questo finora non è mai accaduto.

In questi anni si è assistito al valzer tra sovrintendenze, ad un braccio di ferro tra Comune e Regione, «una sola volta in 15 anni ho visto far scendere i costi di ben 7 milioni di euro: è stato quando è arrivato il parere dell’ultimo presidente del parco dei Campi Flegrei» conclude Giannini. Si tratta di Adele Campanelli, che è andata in pensione da qualche giorno, mentre in passato è stata solo una corsa a chi puntava più in alto, tanto che il Rione Terra è paragonabile a un pozzo di San Patrizio che assorbe soldi e nessuno sa che cosa accadrà, se mai sarà per davvero un luogo ricettivo, oltre le manifestazioni di parata e gli slogan dei partiti politici. L’ultimo lotto (l’undicesimo, del costo di 70 milioni) ha già subito un arresto, non arrivano i permessi per capire che cosa fare di un piccolo edificio che sorge su una domus di epoca cristiana. Si aspetta. Ad ogni mancato contratto o ritardo nei pagamenti gli operai occupano la città, scioperano, ad ogni campagna elettorale c’è chi promette il turismo culturale, archeologico, il rischio è che tutto sia staccato dalla realtà, che mentre si lavora non si studia il mercato, che la riqualificazione sia fine a se stessa, se è vero che terminerà tra 48 mesi. Il Rione Terra è il simbolo della città che è stata e di quella che potrebbe diventare se tornasse a ricordare la sua identità, se la terra smettesse di lievitare, se non si dimenticasse che sfoltire è indispensabile. Il Rione Terra è il segno del sud d’Italia, inenarrabile per ricchezza, da far luccicare gli occhi per bellezza, ma una chimera se il restauro non segue il mercato, se non si fa presto.